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feb 20

Always Never Again: Eels On Heels @ B-Side

Eels On Heels @ B-Side. Photo by Alberto Franzè

Rende, Venerdì 17 Febbraio. Giorno evocativo per i più superstiziosi, ma difatti un giorno come un altro, se non fosse che per la serata il “buon” Fabio Nirta ci offre un live con i “contro-coglioni” (perdonate le liriche esplicite, ma doverose): gli Eels On Heels. Probabilmente, per molti di voi questo sarà un nome praticamente sconosciuto; e pure per me, difatti, prima di oggi, lo era (mea culpa). Al contrario, gli Eels On Heels pare stiano avendo discreti riconoscimenti nell’underground musicale sia italiano che estero. Innanzitutto sono stati i vincitori di Italia Wave 2011, hanno poi suonato al fianco di band come Placebo, Deus, S.C.U.M. e Aucan, inoltre si sono più volte esibiti nei più prestigiosi club di Londra e Berlino, e un loro brano (Unknown Mission) è stato poi scelto da We Have Band per essere inserito nella raccolta di remix A Contemporary Picture Of Obscure Italo Music Movement. Divulgate le note curriculari della band, passiamo ora al concerto. Siamo intorno alla mezzanotte, la sala concerti del B-Side è praticamente semi-vuota, le fedelissime 30/40 persone all’appello. Appena entrato ricevo la famigerata nonèlazine, fanzine di stampo demenziale che ogni venerdì fa fare due risate al pubblico di Always Never Again. Giusto il tempo di darle un’occhiata che inizia l’esibizione del gruppo spalla Moquettes. Due bassi, batteria, pad elettronici e synth, gli ottimi Moquettes sono una band lametina che sciorina un sound sperimentale  e gelido. I ritmi della batteria sono devastanti, i bassi si intrecciano in catarsi armoniche ipnotiche che a tratti vengono squarciate dalle distorsioni animalesche di Valentino. I pad elettronici conferiscono in alcuni brani accenni ritmici discendenti dagli eighties, e l’effettistica usata dona un non so che di oscuro. Nel frattempo, a ridosso del cambio palco il numero degli spettatori si è quantomeno triplicato e tra una pinta e l’altra di birra e quattro chiacchiere con degli amici, gli Eels On Heels conquistano il palco. La band tranese, con tre EP all’attivo, si caratterizza per un sound disumano, estrema sintesi dei rumori del mondo industriale, segnato da un uso estremamente libero degli strumenti a loro disposizione. Figlio della controcultura no-wave, il trio spiattella composizioni sempre meno orecchiabili e sempre più austere, condensate dai droni neuro-elettronici anemici e alienanti di Max. Il canto pennella vocalizzi spettrali, la chitarra di Safari è esigua nella composizione ma caratterizzata da un ossessionante tessuto rumoristico, l’organo, quando usato, è puntellato su unico accordo, quasi come un lamento catacombale. La ritmica di Thom è battente e nevrotica, al pari di un martello pneumatico e il formato canzone è praticamente inesistente; un caos assordante, come se si fosse avvolti da feed-back di feed-back, un groviglio di suoni assai denso, una contorta fusione dissonante. La loro opera è struggente, scavalca l’art-rock, l’industrial e il punk e si consegna a qualcosa che non saprei definire…sicuramente un capolavoro di demolizione armonica e di avanguardia nichilista. Il pubblico più attento e, se vogliamo, più “allenato” pare apprezzare e io, dal canto mio, piacevolmente stupito da questa scoperta, mi sento di poter affermare che, tranne rarissime eccezioni, era parecchio tempo che in Italia non si affacciava alle scene un gruppo del genere. Dicendo questo, non mi riferisco solo ai connotati stilistici ma, soprattutto, al valore artistico che gli Eels On Heels stanno esprimendo.

“Se un albero cade in una foresta e nessuno lo sente, l’indie snob ne comprerà l’album” (cit. estratta da nonèlazine)

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